Domenica scorsa abbiamo festeggiato il 60° Anniversario dei Trattati di Roma, mattone fondamentale della comune Casa Europea; queste evento ha, per fortuna, riportato il tema “Europa” all’attenzione dei media, dei partiti e dei cittadini.

Da qualche mese sono stato nominato membro della delegazione italiana (23 membri) presso il Comitato Europeo delle Regioni, una assemblea di 350 amministratori regionali e degli enti locali provenienti da tutti i Paesi membri della Comunità. Il CoR (Committe of Regions) è quello che sarebbe stato il Senato italiano se fosse passata la riforma costituzionale: la camera delle autonomie locali che esprime pareri sulla legislazione della Commissione Europea con l’occhio dei territori, formula modifiche, propone temi di interesse dei territori, porta al livello europeo la visione degli amministratori locali che operano quotidianamente a stretto contatto con i cittadini.

Ancora oggi sento l’emozione che ho provato la prima volta che mi sono seduto nell’emiciclo del Comitato delle Regioni al fianco di colleghi tedeschi, spagnoli, lituani, slovacchi e di tutti gli altri Paesi che oggi compongono la EU. Non ho potuto non pensare che solo 70 anni fa ci si sparava addosso e i muri dividevano le famiglie, c’erano mille confini e le differenze tra i vari popoli valevano di più dei punti in comune. Credo veramente che qualsiasi valutazione sulla validità del progetto di integrazione europeo non possa non considerare quale è stato il punto di partenza.

E’, però, un dato di fatto che, anche osservando il lavoro difficoltoso della Commissione Europea e dello stesso Comitato delle Regioni, il progetto europeo stia oggi segnando il passo di fronte a sfide globali come quelle dell’immigrazione, della globalizzazione o della crisi economica, difficili da interpretare e gestire.

Nello stesso tempo noi cittadini facciamo fatica a capire cosa fa Bruxelles. (anche se l’Italia è il secondo paese che riceve più fondi dalla EU e, per esempio, a Novara la ristrutturazione del mercato coperto e la costruzione dell’edificio a Sant’Agabio che ospiterà il Centro di Ricerca sulle Malattie Autoimmuni ed ha riqualificato parte del quartiere, sono stati realizzati con fondi europei).

Sia guardando la situazione da Bruxelles che dalle strade del nostro Paese, sono convinto che veramente occorra un nuovo inizio, nuove energie, prima di tutto ideali, per mantenere gli importanti risultati fin qui raggiunti; libertà di circolazione delle persone, dei prodotti, dei capitali e dei servizi, il più lungo periodo di pace di sempre. Ma come spesso accade il mantenimento di quanto già esiste richiede nuovi e più grandi obiettivi da raggiungere: una politica di difesa europea comune (avete presente i danni fatti in nord Africa…), una politica fiscale comune (in EU ci sono zone che sono veri paradisi fiscali), politiche condivise sull’immigrazione, sui rapporti con le imprese, sulle esportazioni ed i mercati esteri, ecc.

Certo, però, che questo è esattamente il contrario di quello che predicano i vari Grillo, Salvini, Le Pen, Wilders e Trump, al di là dell’oceano Atlantico.

La grande sfida, culturale prima che politica, è tra l’aprirsi e il chiudersi, è tra il gestire insieme i problemi e erigere muri, pensando che in un mondo globalizzato possano servire a tenere fuori qualcuno come accadeva nel medio evo.

Ma questo nuovo inizio, che per fortuna è stato anche il risultato dell’incontro di Roma, deve avvenire velocemente e credo che, innanzitutto, debba partire dal basso, dalle città, dalle associazioni, dalle persone che conoscono e vivono con chi ha paura, perché la paura è l’arma che viene brandita come una spada dai populisti in cerca di facili consensi.

Penso che dobbiamo, anche in Europa, tornare a parlare di politica, quella che ha al centro la persona e la sua vita.

Incominciamo noi?

Un abbraccio

 

Andrea Ballarè

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